Marvin Pascale

[B.Log]

11 Febbraio 2026

L’Europa, l’open-source...

EU Open-Source

Ogni tanto capita che l’Europa faccia qualcosa di giusto senza troppo clamore. Gli European open-source Awards, promossi dalla European open-source Academy, rientrano esattamente in questa categoria: pochi titoli sensazionalistici, ma un messaggio molto chiaro per chi lavora ogni giorno con il software libero.

Non si tratta solo di premiare “bravi sviluppatori”. Qui il punto è più ampio: l’open-source viene riconosciuto come infrastruttura critica, come bene comune, come elemento strategico per il futuro digitale dell’Unione Europea.

E sì, questa volta c’è anche parecchia Italia.

Premi, persone e sostanza

Tra i premi assegnati troviamo nomi che chiunque lavori con GNU/Linux e software libero conosce bene. Il riconoscimento a chi contribuisce da anni alla manutenzione del kernel Linux è quasi scontato, ma non per questo meno significativo: senza manutenzione, il software non è libertà, è solo codice abbandonato.

Accanto a questo, sono stati premiati anche modelli di business open-source sostenibili, attività di divulgazione e formazione, e progetti che lavorano su un tema spesso ignorato: la conservazione del codice sorgente nel tempo.

Ed è qui che entra in gioco l’Italia.

Il premio assegnato a Stefano Zacchiroli e Roberto Di Cosmo per il lavoro su Software Heritage è probabilmente uno dei segnali più interessanti di questa edizione. Conservare il codice sorgente come patrimonio culturale e tecnico non è un esercizio accademico: è un investimento sul futuro. Significa garantire che ciò che oggi regge servizi, infrastrutture e conoscenza non vada perso domani.

Non è un dettaglio secondario che questo progetto abbia una forte impronta italiana. È la dimostrazione che anche da noi non ci limitiamo a “usare Linux”, ma contribuiamo a definire come il software libero viene trattato a livello globale.

L’open-source come scelta politica europea

Negli ultimi anni l’Unione Europea ha iniziato a parlare di sovranità digitale in modo meno astratto. Tradotto: capire cosa gira nei propri sistemi, evitare dipendenze inutili, costruire servizi pubblici basati su tecnologie controllabili e interoperabili.

L’open-source è una risposta naturale a tutto questo.

Non perché sia gratis o “più etico” per definizione, ma perché consente:

  • controllo del codice
  • audit indipendenti
  • adattabilità nel tempo
  • condivisione degli investimenti

Per una pubblica amministrazione o per un’infrastruttura critica, questi non sono optional. Sono requisiti.

Premiare chi lavora su software libero significa riconoscere che gran parte della solidità del digitale europeo poggia su codice scritto, mantenuto e documentato da comunità spesso invisibili.

Manutenzione, non solo innovazione

C’è un aspetto degli open-source Awards che apprezzo particolarmente: l’attenzione alla manutenzione. Chi amministra sistemi lo sa bene: il problema non è installare qualcosa, ma tenerlo in piedi negli anni.

Aggiornamenti, compatibilità, bugfix, documentazione, stabilità. Tutte cose poco glamour, ma fondamentali.

Il fatto che l’Europa inizi a premiare anche questo tipo di contributo è un segnale di maturità. Il software open-source non è solo innovazione rapida, è anche responsabilità a lungo termine.

Formazione e comunità

Un altro messaggio forte che emerge da questi premi riguarda la formazione. L’open-source è una palestra straordinaria: impari leggendo codice vero, collaborando con persone che non conosci, accettando review e critiche.

Valorizzare chi insegna, divulga e abbassa le barriere di ingresso significa investire nel futuro del lavoro tecnico in Europa. Non solo sviluppatori, ma anche amministratori di sistema, DevOps, architetti, figure ibride che ormai conosciamo bene.

Conclusione

Gli European open-source Awards non sono una medaglia da appuntarsi al petto. Sono un segnale politico e culturale: l’Europa ha capito che il software libero non è una moda, ma una base su cui costruire il proprio futuro digitale.

Il fatto che tra i premiati ci siano anche italiani e progetti con una forte impronta italiana non è solo motivo di orgoglio. È la conferma che contribuire, mantenere e prendersi cura del software open-source conta davvero, anche a livello istituzionale.

Forse è il momento di smettere di considerare l’open-source come “quella cosa che funziona finché qualcuno ha tempo”, e iniziare a trattarlo per quello che è: infrastruttura comune.

E, ogni tanto, anche l’Europa sembra essersene ricordata.


Le opinioni in quanto tali sono opinabili e nulla ti vieta di approfondire l’argomento.

Risorse: