Debian the Arch Way

Ogni tanto serve ricordarlo: installare una distro “a mano” non è un’esclusiva di Arch.
Nel video che prendo come spunto oggi, l’autore mostra come installare Debian interamente da riga di comando usando una live ISO e debootstrap. Il tono è ironico (“la prossima volta che un utente Arch vi dice…”), ma il punto è interessante: Debian può essere minimalista, chirurgica e under your control quanto (e forse più di) Arch.
E soprattutto: puoi dormire la notte.
Vediamo cosa c’è di interessante in questo approccio e perché, da sysadmin cresciuto a pane e Debian, lo trovo estremamente affascinante.
Perché non usare l’installer classico?
L’installer Debian è solido, testato, affidabile. Lo uso da anni senza problemi.
Ma installare con debootstrap significa:
- Costruire il sistema partendo da zero
- Scegliere esattamente cosa entra nel sistema
- Capire davvero cosa succede sotto il cofano
- Avere una base ultra-minimale
È un po’ la versione “LFS per persone con una vita sociale”.
Si parte da una Debian Live Standard ISO, si entra in ambiente live e da lì si costruisce tutto manualmente .
Step 1 – Preparazione dell’ambiente
Una cosa che ho apprezzato: prima ancora di installare, viene attivato SSH sul sistema live .
Perché?
Perché lavorare via SSH è:
- Più comodo
- Più leggibile
- Più “da laboratorio”
È un dettaglio, ma racconta un approccio: trattare anche l’installer come una macchina remota.
Step 2 – Partizionamento pulito (UEFI + GPT)
Si usa cfdisk su schema GPT :
- 1 GB EFI (FAT32)
- 4 GB swap
- Resto per root (ext4)
Scelta classica, pulita, senza LVM, senza cifratura, senza ZFS. Essenziale.
Qui mi permetto una nota personale: in ambienti reali spesso uso LVM o ZFS, ma per capire davvero cosa succede durante il bootstrap, una struttura semplice è perfetta.
Step 3 – Il cuore: debootstrap
Qui sta la magia.
debootstrap sid /mnt http://deb.debian.org/debian
In pochi minuti vengono estratti e configurati i pacchetti base .
È affascinante osservare come:
- Kernel space
- Toolchain
- Librerie fondamentali
Vengano installate senza passare da un installer grafico.
L’autore lo paragona a LFS ma in versione “1 minuto invece che 17 ore”. E non ha torto.
È Debian nella sua forma più pura: pacchetti già compilati, integrazione solida, ma totale controllo sulla fase di bootstrap.
Step 4 – fstab “alla Arch”
Qui arriva il twist interessante.
Invece di scrivere /etc/fstab a mano, vengono usati gli arch-install-scripts per generare l’fstab con UUID .
Sì, hai letto bene.
Debian installata con strumenti Arch.
E funziona perfettamente.
Questo mi piace per due motivi:
- Dimostra che gli strumenti nel mondo Linux sono trasversali.
- Conferma che alla fine, sotto le distro, c’è lo stesso identico sistema.
Step 5 – chroot e configurazione manuale
Dentro il nuovo sistema:
- Installazione kernel (linux-image-amd64)
- Configurazione locale
- Timezone via symlink
- Hostname
- Password root
- Installazione GRUB EFI
Tutto manuale.
Niente wizard. Niente schermate blu. Niente “Next → Next → Finish”.
Solo tu e il sistema.
Sid: scelta coraggiosa o follia?
Un dettaglio importante: nel video viene usato sid, quindi Debian unstable .
Qui è bene chiarire.
Sid:
- Non è pensata per sistemi critici
- Non riceve aggiornamenti di sicurezza “classici”
- È rolling
Per un ambiente desktop sperimentale può avere senso. Per produzione? Personalmente resto su stable o al massimo testing.
Ma è interessante notare che Debian può diventare rolling… se vuoi.
Ambiente grafico minimale
Viene poi installato Xorg manualmente :
- xserver-xorg-core
- driver video
- xinit
- tool vari
Niente tasksel. Niente meta-package “desktop environment”.
Solo i pezzi necessari.
Questo approccio mi ricorda molto il modo in cui configuravo le prime Debian negli anni ’90/2000: pochi pacchetti, sistema pulito, zero sprechi.
Il punto vero: Debian non è “facile”, è flessibile
Il messaggio implicito del video è questo:
Debian non è una distro “semplice”. È una distro che può essere semplice.
Se vuoi:
- Installer grafico.
- Tutto pronto in 15 minuti.
Con aggiunta di:
- Bootstrap minimale.
- Configurazione chirurgica.
- Sistema modellato su misura.
E tutto questo con:
- Una delle comunità più solide.
- Una filosofia chiara.
- Una base estremamente robusta.
Cosa mi porto a casa
Questa installazione “alla Arch” mi piace perché:
- Ti costringe a capire il sistema.
- Ti ricorda quanto Debian sia modulare.
- Dimostra che stabilità non significa rigidità.
E soprattutto ribadisce un concetto che ripeto spesso:
La vera forza di Debian non è la stabilità. È la prevedibilità.
Sai cosa succede. Sai dove mettere le mani. Sai che non ti tradirà al primo aggiornamento.
Lo rifarei?
Sì.
Non per ogni macchina. Non per ogni progetto.
Ma come esercizio tecnico? Assolutamente sì.
Installare Debian con debootstrap è uno di quei rituali che ti fanno ricordare perché ami GNU/Linux.
E la prossima volta che qualcuno ti dice che solo Arch si installa a memoria…
Puoi sorridere. E aprire un terminale.
Le opinioni in quanto tali sono opinabili e nulla ti vieta di approfondire l’argomento.
Risorse: